“Opere come queste sono degli specchi: quando una scimmia vi si guarda, non può apparirvi un apostolo”, recita la citazione di Lichtenberg che il filosofo danese pone in incipit a "In vino veritas". Kierkegaard dà voce a ogni forma dell’anima, ogni modo in cui l’individuo può rapportarsi all’esistenza: in "Enten-Eller" non solo sono confrontati due punti di vista tra loro opposti – estetico ed etico – ma soprattutto viene testimoniato il rapporto tra di essi, come il rapporto tra tutti gli pseudonimi che l’opera stessa conta; in "Timore e tremore", di cui Johannes de Silentio è l’unico narratore, è nel rapporto con la storia di Abramo che l’autore pseudonimo prova a trovare la sua verità; se poi ci si fa spazio tra le pagine di "Briciole filosofiche" e della relativa "Postilla conclusiva non scientifica", si può rilevare come, ancora una volta, il discorso si fondi sul rapporto tra il maestro e il discepolo e, successivamente, tra Dio e l’uomo – per non parlare del fatto che, come testimonia Johannes Climacus nella "Postilla", l’intera narrazione di "Briciole filosofiche" abbia come obiettivo far entrare in rapporto con la fede nel suo significato storico ed esistenziale anche chi non è credente. Persino l’intera impostazione della comunicazione per opere pseudonime incarna proprio questo scopo. La chiave della filosofia kierkegaardiana non sta quindi nella posizione di un principio, ma in un rapporto, che si instaura in primis tra l’autore e il lettore: all’affermazione di Lichtenberg aggiungo che le sue opere sono anche come ponti, poiché avvicinano l’individuo all’esistenza, spingendolo a mettersi in gioco, anziché osservare da lontano. Così anche l’oggetto della mia ricerca, la filosofia della storia nel pensiero di Kierkegaard: non riguarda il τί, quindi cosa sia la storia, bensì il rapporto che l’individuo instaura con la storia, che altro non è che l’esistenza – sua e di chi è venuto prima di lui. Mi appresto dunque io stessa a raccontare questa storia, multiforme e sfaccettata, come la punta di un diamante, lasciando dialogare le voci che Kierkegaard pone sulla scena, in modo che restituiscano il loro spettro luminoso. Nella fattispecie, mi propongo di risalire alle diverse visioni della storia proposte, direttamente o indirettamente, all’interno di alcune opere pseudonime Kierkegaard. Oltre alle opere principali in cui il tema della filosofia della storia viene trattato, come "Timore e tremore", "Briciole filosofiche" e la "Postilla conclusiva non scientifica", aspiro a individuare in che modo, in trasparenza, gli pseudonimi messi sulla scena in "Enten-Eller" contribuiscono con la loro visione (operando talvolta confronti anche con altri filosofi, come Pascal, Nietzsche e Severino): come l’esteta A subisce la sua disperazione, nel vicolo cieco della necessità; come l’assessore Wilhelm, l’uomo etico, scioglie il nodo in cui si incastra l’amico A per proporre una visione della storia individuale come un compito che ciascuno ha da portare a termine, ossia quello di diventare se stessi. E tuttavia questa storia non avrà un esito univoco, poiché essa non è che l’insieme di tutte le storie individuali di ognuno dei personaggi. Proprio come lo è la storia in generale, che è la fitta rete delle storie di ciascun individuo che esiste ed è esistito: essa è viva e dinamica, come una tela in cui ogni filo trova il suo posto e la sua importanza fondamentale. Poiché in ultima istanza sta proprio al singolo, al lettore, dare l’esito definitivo, riconoscere se stesso in una delle prospettive e collocarvisi.
Una storia "non-storica" - La filosofia della storia nel pensiero di Kierkegaard
SCOMPARIN, MARTA
2025/2026
Abstract
“Opere come queste sono degli specchi: quando una scimmia vi si guarda, non può apparirvi un apostolo”, recita la citazione di Lichtenberg che il filosofo danese pone in incipit a "In vino veritas". Kierkegaard dà voce a ogni forma dell’anima, ogni modo in cui l’individuo può rapportarsi all’esistenza: in "Enten-Eller" non solo sono confrontati due punti di vista tra loro opposti – estetico ed etico – ma soprattutto viene testimoniato il rapporto tra di essi, come il rapporto tra tutti gli pseudonimi che l’opera stessa conta; in "Timore e tremore", di cui Johannes de Silentio è l’unico narratore, è nel rapporto con la storia di Abramo che l’autore pseudonimo prova a trovare la sua verità; se poi ci si fa spazio tra le pagine di "Briciole filosofiche" e della relativa "Postilla conclusiva non scientifica", si può rilevare come, ancora una volta, il discorso si fondi sul rapporto tra il maestro e il discepolo e, successivamente, tra Dio e l’uomo – per non parlare del fatto che, come testimonia Johannes Climacus nella "Postilla", l’intera narrazione di "Briciole filosofiche" abbia come obiettivo far entrare in rapporto con la fede nel suo significato storico ed esistenziale anche chi non è credente. Persino l’intera impostazione della comunicazione per opere pseudonime incarna proprio questo scopo. La chiave della filosofia kierkegaardiana non sta quindi nella posizione di un principio, ma in un rapporto, che si instaura in primis tra l’autore e il lettore: all’affermazione di Lichtenberg aggiungo che le sue opere sono anche come ponti, poiché avvicinano l’individuo all’esistenza, spingendolo a mettersi in gioco, anziché osservare da lontano. Così anche l’oggetto della mia ricerca, la filosofia della storia nel pensiero di Kierkegaard: non riguarda il τί, quindi cosa sia la storia, bensì il rapporto che l’individuo instaura con la storia, che altro non è che l’esistenza – sua e di chi è venuto prima di lui. Mi appresto dunque io stessa a raccontare questa storia, multiforme e sfaccettata, come la punta di un diamante, lasciando dialogare le voci che Kierkegaard pone sulla scena, in modo che restituiscano il loro spettro luminoso. Nella fattispecie, mi propongo di risalire alle diverse visioni della storia proposte, direttamente o indirettamente, all’interno di alcune opere pseudonime Kierkegaard. Oltre alle opere principali in cui il tema della filosofia della storia viene trattato, come "Timore e tremore", "Briciole filosofiche" e la "Postilla conclusiva non scientifica", aspiro a individuare in che modo, in trasparenza, gli pseudonimi messi sulla scena in "Enten-Eller" contribuiscono con la loro visione (operando talvolta confronti anche con altri filosofi, come Pascal, Nietzsche e Severino): come l’esteta A subisce la sua disperazione, nel vicolo cieco della necessità; come l’assessore Wilhelm, l’uomo etico, scioglie il nodo in cui si incastra l’amico A per proporre una visione della storia individuale come un compito che ciascuno ha da portare a termine, ossia quello di diventare se stessi. E tuttavia questa storia non avrà un esito univoco, poiché essa non è che l’insieme di tutte le storie individuali di ognuno dei personaggi. Proprio come lo è la storia in generale, che è la fitta rete delle storie di ciascun individuo che esiste ed è esistito: essa è viva e dinamica, come una tela in cui ogni filo trova il suo posto e la sua importanza fondamentale. Poiché in ultima istanza sta proprio al singolo, al lettore, dare l’esito definitivo, riconoscere se stesso in una delle prospettive e collocarvisi.| File | Dimensione | Formato | |
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