Viaggiare è un diritto. Scoprire nuovi luoghi dovrebbe esserlo per chiunque. Eppure, chi ha bisogni specifici lo sa bene: prenotare un hotel spesso diventa un vero e proprio percorso a ostacoli. Certo, l'Unione Europea ha fatto passi da gigante. Pensiamo alla piena applicazione dello European Accessibility Act (Dir. 2019/882). Il problema è che il settore dell'ospitalità, all'atto pratico, fatica ancora a muoversi in modo compatto. Guardiamo agli strumenti volontari attuali. Troviamo la norma ISO 21902, una miriade di marchi nazionali decisamente frammentati e le classiche etichette ambientali tipo l'EU Ecolabel. Cosa manca in questo scenario? Un tassello cruciale: un marchio europeo unico, rigoroso e oggettivo per certificare l'inclusività sociale. E non parliamo di un mero vuoto formale. Chi viaggia subisce danni pratici enormi dovendosi districare tra informazioni approssimative. Per non parlare del via libera al social washing: troppe strutture si autodefiniscono "accessibili" aggirando qualsiasi controllo reale. Proprio per uscire da questa fase di stallo, il presente elaborato propone un "Modello di Certificazione Europea per l'Inclusività negli Hotel" del tutto inedito. L'obiettivo? Forzare un cambio di paradigma radicale. Dobbiamo lasciarci alle spalle la vecchia logica "medica", superando in modo definitivo le soluzioni ghettizzanti pensate solo per la disabilità motoria. Smantellare la logica dei vecchi compartimenti stagni richiede un'adesione totale ai dettami dell'Universal Design. La struttura ricettiva necessita oggi di un'indagine globale, articolata su cinque dimensioni di indagine. I parametri spaziali e le interfacce web rappresentano solo la base di partenza. Il vero salto di qualità risiede altrove: nell'obbligo di misurare le ricadute sociali dell'impresa, la sua sostenibilità finanziaria e il relativo assetto di governance. Nessuna certificazione, tuttavia, può definirsi realmente credibile senza un controllo esterno. Per questo motivo l'impianto richiede, come conditio sine qua non, le verifiche di un ente terzo indipendente. Il meccanismo di audit è stato quindi strutturato per essere severo ma, al contempo, flessibile. Combina infatti requisiti minimi inderogabili con una serie di criteri opzionali a punteggio. In questo modo le strutture vengono letteralmente accompagnate in un iter di miglioramento continuo, articolato su tre gradini: Base, Avanzato ed Eccellenza. La teoria, tuttavia, deve sempre scontrarsi con la realtà empirica. L'impianto metodologico viene pertanto validato attraverso la simulazione di un caso studio pilota. Questa necessaria fase operativa dimostra due cose: da un lato l'effettiva fattibilità gestionale della certificazione; dall'altro i suoi vantaggi economici diretti. Un approccio del genere, infatti, spalanca le porte a fette di mercato in fortissima espansione. La Silver Economy ne è l'esempio più lampante.
IL PASSAPORTO DELL’INCLUSIONE “Progettazione di un sistema europeo di certificazione per l’accessibilità e l’inclusività nel turismo: modello, standard e prospettive di riconoscimento UE”
BERTOLIN, CHRISTIAN
2025/2026
Abstract
Viaggiare è un diritto. Scoprire nuovi luoghi dovrebbe esserlo per chiunque. Eppure, chi ha bisogni specifici lo sa bene: prenotare un hotel spesso diventa un vero e proprio percorso a ostacoli. Certo, l'Unione Europea ha fatto passi da gigante. Pensiamo alla piena applicazione dello European Accessibility Act (Dir. 2019/882). Il problema è che il settore dell'ospitalità, all'atto pratico, fatica ancora a muoversi in modo compatto. Guardiamo agli strumenti volontari attuali. Troviamo la norma ISO 21902, una miriade di marchi nazionali decisamente frammentati e le classiche etichette ambientali tipo l'EU Ecolabel. Cosa manca in questo scenario? Un tassello cruciale: un marchio europeo unico, rigoroso e oggettivo per certificare l'inclusività sociale. E non parliamo di un mero vuoto formale. Chi viaggia subisce danni pratici enormi dovendosi districare tra informazioni approssimative. Per non parlare del via libera al social washing: troppe strutture si autodefiniscono "accessibili" aggirando qualsiasi controllo reale. Proprio per uscire da questa fase di stallo, il presente elaborato propone un "Modello di Certificazione Europea per l'Inclusività negli Hotel" del tutto inedito. L'obiettivo? Forzare un cambio di paradigma radicale. Dobbiamo lasciarci alle spalle la vecchia logica "medica", superando in modo definitivo le soluzioni ghettizzanti pensate solo per la disabilità motoria. Smantellare la logica dei vecchi compartimenti stagni richiede un'adesione totale ai dettami dell'Universal Design. La struttura ricettiva necessita oggi di un'indagine globale, articolata su cinque dimensioni di indagine. I parametri spaziali e le interfacce web rappresentano solo la base di partenza. Il vero salto di qualità risiede altrove: nell'obbligo di misurare le ricadute sociali dell'impresa, la sua sostenibilità finanziaria e il relativo assetto di governance. Nessuna certificazione, tuttavia, può definirsi realmente credibile senza un controllo esterno. Per questo motivo l'impianto richiede, come conditio sine qua non, le verifiche di un ente terzo indipendente. Il meccanismo di audit è stato quindi strutturato per essere severo ma, al contempo, flessibile. Combina infatti requisiti minimi inderogabili con una serie di criteri opzionali a punteggio. In questo modo le strutture vengono letteralmente accompagnate in un iter di miglioramento continuo, articolato su tre gradini: Base, Avanzato ed Eccellenza. La teoria, tuttavia, deve sempre scontrarsi con la realtà empirica. L'impianto metodologico viene pertanto validato attraverso la simulazione di un caso studio pilota. Questa necessaria fase operativa dimostra due cose: da un lato l'effettiva fattibilità gestionale della certificazione; dall'altro i suoi vantaggi economici diretti. Un approccio del genere, infatti, spalanca le porte a fette di mercato in fortissima espansione. La Silver Economy ne è l'esempio più lampante.| File | Dimensione | Formato | |
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