La ricerca indaga il carcere nella sua dimensione primaria: quella spaziale. Muovendo dall’idea che la pena detentiva si realizzi innanzitutto attraverso uno spazio costruito, la tesi analizza l’architettura penitenziaria come dispositivo materiale in cui si traducono concezioni di potere, disciplina, controllo e giustizia ma anche e soprattutto come luogo abitato, capace di incidere sull’esperienza e sulla dimensione identitaria dei detenuti. Attraverso un percorso storico e teorico che va dall’età moderna al Novecento, con particolare attenzione al contesto italiano, il lavoro ricostruisce l’evoluzione delle tipologie carcerarie e ne mette in luce le contraddizioni: mentre il discorso giuridico afferma progressivamente finalità rieducative e istanze di umanizzazione, l’architettura continua spesso a riprodurre logiche di isolamento e sorveglianza. L’analisi integra fonti storiche, normative e progettuali confrontando principi dichiarati e soluzioni spaziali effettivamente adottate. Un capitolo centrale è dedicato al dibattito architettonico italiano del secondo dopoguerra, con particolare attenzione alla stagione successiva alla riforma del 1975, analizzando il contributo di Ridolfi, Lenci e Michelucci i quali hanno cercato di reinterpretare il carcere come luogo di relazione e riconoscimento della dignità della persona. La ricerca si conclude spostando l’attenzione dall’edificio progettato allo spazio vissuto indagando forme di riappropriazione e abitare in condizioni di detenzione. La tesi propone perciò una lettura integrata del carcere non come semplice contenitore della pena quanto piuttosto come forma costruita che incide sulla configurazione stessa della detenzione e sulle prospettive di riforma dell’istituzione penitenziaria.

L’architettura come dispositivo spaziale per la detenzione: continuità e fratture del modello carcerario

GUARAGNA, MARGHERITA
2024/2025

Abstract

La ricerca indaga il carcere nella sua dimensione primaria: quella spaziale. Muovendo dall’idea che la pena detentiva si realizzi innanzitutto attraverso uno spazio costruito, la tesi analizza l’architettura penitenziaria come dispositivo materiale in cui si traducono concezioni di potere, disciplina, controllo e giustizia ma anche e soprattutto come luogo abitato, capace di incidere sull’esperienza e sulla dimensione identitaria dei detenuti. Attraverso un percorso storico e teorico che va dall’età moderna al Novecento, con particolare attenzione al contesto italiano, il lavoro ricostruisce l’evoluzione delle tipologie carcerarie e ne mette in luce le contraddizioni: mentre il discorso giuridico afferma progressivamente finalità rieducative e istanze di umanizzazione, l’architettura continua spesso a riprodurre logiche di isolamento e sorveglianza. L’analisi integra fonti storiche, normative e progettuali confrontando principi dichiarati e soluzioni spaziali effettivamente adottate. Un capitolo centrale è dedicato al dibattito architettonico italiano del secondo dopoguerra, con particolare attenzione alla stagione successiva alla riforma del 1975, analizzando il contributo di Ridolfi, Lenci e Michelucci i quali hanno cercato di reinterpretare il carcere come luogo di relazione e riconoscimento della dignità della persona. La ricerca si conclude spostando l’attenzione dall’edificio progettato allo spazio vissuto indagando forme di riappropriazione e abitare in condizioni di detenzione. La tesi propone perciò una lettura integrata del carcere non come semplice contenitore della pena quanto piuttosto come forma costruita che incide sulla configurazione stessa della detenzione e sulle prospettive di riforma dell’istituzione penitenziaria.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14247/28842