Nel 1924 venne ufficialmente concessa la cittadinanza ai nativi americani, ma nei decenni a seguire la loro condizione rimase marginale nel contesto politico statunitense. Durante l’amministrazione Eisenhower (1953-1961) il Governo promosse la politica della Cessazione (Termination Policy): l’obiettivo era l’assimilazione definitiva delle tribù all’interno degli Stati Uniti, ponendo fine al loro status speciale garantito dalle riserve. A questo seguito, l’Indian Relocation Act (1956) favorì l’urbanizzazione forzata e la nascita dei cosiddetti “Nativi Urbani”, soggetti sradicati dal contesto tribale ma respinti dalla società bianca. Successivamente, i tentativi di integrazione della Great Society di Lyndon B. Johnson, seppur volti a combattere la povertà nelle riserve, fallirono nel riconoscere le istanze di sovranità indigena, alimentando una crescente frustrazione politica. Ispirati dai movimenti per i diritti civili e in particolare dal Black Power, Dennis Banks e Clyde Bellecourt fondarono l’American Indian Movement a Minneapolis (1968) per portare un cambiamento alle loro condizioni di vita e al razzismo quotidiano. La loro militanza percorse gli anni ‘70 con azioni dirette volte a reclamare l’autodeterminazione delle tribù. Questa mobilitazione incontrò una decisa opposizione federale durante l’amministrazione Nixon con l’uso massiccio del COINTELPRO, programma di infiltrazione e controspionaggio all’interno dell’FBI. In questo panorama assunse un ruolo di significativa importanza l’azione delle donne native, riunitesi nella Women of All Red Nations (WARN). Oltre a fare proprie le istanze dell’AIM portarono avanti la loro battaglia contro la sterilizzazione forzata e a denunciare una contaminazione di uranio nell’acqua delle riserve. L’obiettivo della presente ricerca è dimostrare come l’attivismo radicale dei nativi americani durante gli anni ‘70 sia stato, oltre che influenzato dal Black Power, una diretta conseguenza del fallimento della politica di assimilazione forzata. Il lavoro si propone inoltre di decostruire la parabola dell'American Indian Movement al di là della sua narrazione mitografica, svelando come i dispositivi di guerra psicologica del COINTELPRO abbiano condotto i leader alla paranoia all'interno dell'organizzazione. Attraverso l'analisi dell’omicidio di Annie Mae Aquash, la ricerca dimostra infine la massima e più tragica vittoria dello Stato: la capacità di manipolare le strutture del movimento fino a spingerlo a fagocitare dall'interno la propria stessa infrastruttura.

Il mito dell'American Indian Movement. Dalla mobilitazione radicale all'autodistruzione endogena: il caso di Annie Mae Aquash.

MIOTTO, ARIANNA
2025/2026

Abstract

Nel 1924 venne ufficialmente concessa la cittadinanza ai nativi americani, ma nei decenni a seguire la loro condizione rimase marginale nel contesto politico statunitense. Durante l’amministrazione Eisenhower (1953-1961) il Governo promosse la politica della Cessazione (Termination Policy): l’obiettivo era l’assimilazione definitiva delle tribù all’interno degli Stati Uniti, ponendo fine al loro status speciale garantito dalle riserve. A questo seguito, l’Indian Relocation Act (1956) favorì l’urbanizzazione forzata e la nascita dei cosiddetti “Nativi Urbani”, soggetti sradicati dal contesto tribale ma respinti dalla società bianca. Successivamente, i tentativi di integrazione della Great Society di Lyndon B. Johnson, seppur volti a combattere la povertà nelle riserve, fallirono nel riconoscere le istanze di sovranità indigena, alimentando una crescente frustrazione politica. Ispirati dai movimenti per i diritti civili e in particolare dal Black Power, Dennis Banks e Clyde Bellecourt fondarono l’American Indian Movement a Minneapolis (1968) per portare un cambiamento alle loro condizioni di vita e al razzismo quotidiano. La loro militanza percorse gli anni ‘70 con azioni dirette volte a reclamare l’autodeterminazione delle tribù. Questa mobilitazione incontrò una decisa opposizione federale durante l’amministrazione Nixon con l’uso massiccio del COINTELPRO, programma di infiltrazione e controspionaggio all’interno dell’FBI. In questo panorama assunse un ruolo di significativa importanza l’azione delle donne native, riunitesi nella Women of All Red Nations (WARN). Oltre a fare proprie le istanze dell’AIM portarono avanti la loro battaglia contro la sterilizzazione forzata e a denunciare una contaminazione di uranio nell’acqua delle riserve. L’obiettivo della presente ricerca è dimostrare come l’attivismo radicale dei nativi americani durante gli anni ‘70 sia stato, oltre che influenzato dal Black Power, una diretta conseguenza del fallimento della politica di assimilazione forzata. Il lavoro si propone inoltre di decostruire la parabola dell'American Indian Movement al di là della sua narrazione mitografica, svelando come i dispositivi di guerra psicologica del COINTELPRO abbiano condotto i leader alla paranoia all'interno dell'organizzazione. Attraverso l'analisi dell’omicidio di Annie Mae Aquash, la ricerca dimostra infine la massima e più tragica vittoria dello Stato: la capacità di manipolare le strutture del movimento fino a spingerlo a fagocitare dall'interno la propria stessa infrastruttura.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14247/31274