La diffusione del lavoro ibrido ha modificato il rapporto tra luogo, tempo e modalità di svolgimento della prestazione, incidendo sui processi organizzativi, sulle pratiche manageriali e sulle aspettative dei lavoratori. La pandemia da COVID-19 ne ha accelerato l’adozione, trasformando un fenomeno ancora circoscritto in una modalità di lavoro ampiamente sperimentata e destinata, in molti contesti, a consolidarsi anche nella fase successiva all’emergenza. La presente tesi analizza il lavoro ibrido sotto molteplici profili: viene ricostruita l’evoluzione storica e concettuale, vengono esaminati i principali modelli interpretativi e approfondite le variabili che ne condizionano l’efficacia, tra cui flessibilità, autonomia, fiducia, leadership, tecnologie digitali, coordinamento, benessere, isolamento professionale e stress associato all’uso delle tecnologie digitali (technostress). L’analisi si concentra successivamente sulla Pubblica Amministrazione italiana, nella quale il lavoro ibrido assume caratteristiche specifiche, dovendo coniugare innovazione organizzativa, vincoli normativi, digitalizzazione dei processi, valorizzazione del personale e qualità dei servizi resi ai cittadini. Particolare attenzione è dedicata al passaggio da una cultura fondata sulla presenza e sul controllo diretto a un modello orientato agli obiettivi, ai risultati e alla responsabilizzazione delle persone. La parte empirica riguarda il caso di un ente pubblico economico di rilevanza nazionale, indicato con il nome convenzionale di “Ente Delta”. Lo studio combina l’analisi della documentazione istituzionale e dei dati organizzativi relativi al periodo 2017--2024 con un’indagine condotta presso una struttura regionale dell’Ente. La rilevazione si articola in due questionari: il primo rivolto ai dipendenti e ai responsabili, per analizzare l’esperienza personale del lavoro ibrido; il secondo destinato ai soli responsabili, per approfondire le modalità di pianificazione, coordinamento e gestione dei gruppi di lavoro ibridi. L’indagine considera, in particolare, la mobilità casa-lavoro e i benefici per la conciliazione tra vita privata e professionale, l’autonomia, la produttività percepita, la qualità delle relazioni con colleghi e responsabili, l’isolamento professionale, il technostress e le competenze manageriali necessarie alla gestione del lavoro a distanza. Attraverso il confronto tra letteratura, quadro normativo, dati organizzativi e percezioni del personale, la ricerca valuta in quali condizioni il lavoro ibrido possa diventare, anche nel settore pubblico, una leva di innovazione capace di migliorare il benessere dei lavoratori, l’efficienza dei processi e la qualità dei servizi. I risultati mostrano che, nel caso dell’Ente Delta, il modello è ormai consolidato e presenta una buona tenuta sul piano operativo: lavoratori e responsabili esprimono valutazioni positive rispetto alla concentrazione, alla qualità della prestazione, alla collaborazione e al rispetto delle scadenze. Emergono tuttavia alcuni elementi di incompletezza nella trasformazione organizzativa, con particolare riferimento all’autonomia decisionale, al passaggio dalla cultura della presenza alla valutazione per risultati, all’adattamento della leadership e all’effettività della disconnessione. La conciliazione tra vita privata e professionale costituisce uno dei benefici più evidenti, ma appare collegata soprattutto alla riduzione degli spostamenti, al recupero del tempo e alla diminuzione dello stress da pendolarismo. Il caso analizzato descrive pertanto un modello intermedio: non più semplice lavoro domiciliare, ma non ancora pienamente trasformativo, nel quale l’innovazione operativa convive con una significativa componente di delocalizzazione delle attività tradizionali.
Il lavoro ibrido nella Pubblica Amministrazione: innovazione organizzativa o lavoro delocalizzato? Il caso di un Ente Pubblico Economico
MUTTI, ANGELO
2025/2026
Abstract
La diffusione del lavoro ibrido ha modificato il rapporto tra luogo, tempo e modalità di svolgimento della prestazione, incidendo sui processi organizzativi, sulle pratiche manageriali e sulle aspettative dei lavoratori. La pandemia da COVID-19 ne ha accelerato l’adozione, trasformando un fenomeno ancora circoscritto in una modalità di lavoro ampiamente sperimentata e destinata, in molti contesti, a consolidarsi anche nella fase successiva all’emergenza. La presente tesi analizza il lavoro ibrido sotto molteplici profili: viene ricostruita l’evoluzione storica e concettuale, vengono esaminati i principali modelli interpretativi e approfondite le variabili che ne condizionano l’efficacia, tra cui flessibilità, autonomia, fiducia, leadership, tecnologie digitali, coordinamento, benessere, isolamento professionale e stress associato all’uso delle tecnologie digitali (technostress). L’analisi si concentra successivamente sulla Pubblica Amministrazione italiana, nella quale il lavoro ibrido assume caratteristiche specifiche, dovendo coniugare innovazione organizzativa, vincoli normativi, digitalizzazione dei processi, valorizzazione del personale e qualità dei servizi resi ai cittadini. Particolare attenzione è dedicata al passaggio da una cultura fondata sulla presenza e sul controllo diretto a un modello orientato agli obiettivi, ai risultati e alla responsabilizzazione delle persone. La parte empirica riguarda il caso di un ente pubblico economico di rilevanza nazionale, indicato con il nome convenzionale di “Ente Delta”. Lo studio combina l’analisi della documentazione istituzionale e dei dati organizzativi relativi al periodo 2017--2024 con un’indagine condotta presso una struttura regionale dell’Ente. La rilevazione si articola in due questionari: il primo rivolto ai dipendenti e ai responsabili, per analizzare l’esperienza personale del lavoro ibrido; il secondo destinato ai soli responsabili, per approfondire le modalità di pianificazione, coordinamento e gestione dei gruppi di lavoro ibridi. L’indagine considera, in particolare, la mobilità casa-lavoro e i benefici per la conciliazione tra vita privata e professionale, l’autonomia, la produttività percepita, la qualità delle relazioni con colleghi e responsabili, l’isolamento professionale, il technostress e le competenze manageriali necessarie alla gestione del lavoro a distanza. Attraverso il confronto tra letteratura, quadro normativo, dati organizzativi e percezioni del personale, la ricerca valuta in quali condizioni il lavoro ibrido possa diventare, anche nel settore pubblico, una leva di innovazione capace di migliorare il benessere dei lavoratori, l’efficienza dei processi e la qualità dei servizi. I risultati mostrano che, nel caso dell’Ente Delta, il modello è ormai consolidato e presenta una buona tenuta sul piano operativo: lavoratori e responsabili esprimono valutazioni positive rispetto alla concentrazione, alla qualità della prestazione, alla collaborazione e al rispetto delle scadenze. Emergono tuttavia alcuni elementi di incompletezza nella trasformazione organizzativa, con particolare riferimento all’autonomia decisionale, al passaggio dalla cultura della presenza alla valutazione per risultati, all’adattamento della leadership e all’effettività della disconnessione. La conciliazione tra vita privata e professionale costituisce uno dei benefici più evidenti, ma appare collegata soprattutto alla riduzione degli spostamenti, al recupero del tempo e alla diminuzione dello stress da pendolarismo. Il caso analizzato descrive pertanto un modello intermedio: non più semplice lavoro domiciliare, ma non ancora pienamente trasformativo, nel quale l’innovazione operativa convive con una significativa componente di delocalizzazione delle attività tradizionali.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
MUTTI_ANGELO_724011.pdf
accesso aperto
Dimensione
3.49 MB
Formato
Adobe PDF
|
3.49 MB | Adobe PDF | Visualizza/Apri |
I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14247/31105