Il sistema bancario cinese è il più grande al mondo per volume di attivi, eppure nel 2024 l'accesso al credito risultava ancora l'ostacolo più segnalato dalle imprese operanti nel Paese. La ricerca, collocata fra economia politica cinese e internazionalizzazione d'impresa, indaga se le barriere finanziarie che gravano sugli investimenti diretti esteri persistano dopo trent'anni di riforme, quali ne siano le cause istituzionali e come le imprese straniere vi sopravvivano. L'ipotesi è che le banche cinesi, pur avendo adottato forme societarie e parametri prudenziali occidentali, allochino il credito secondo criteri politici, producendo una discriminazione strutturale che nessuna liberalizzazione ha finora rimosso. L'analisi è descrittiva e si fonda su letteratura accademica, dati macroeconomici e statistiche ufficiali cinesi, report di istituzioni internazionali e rilevazioni delle camere di commercio estere. Dove le fonti non isolano le imprese a capitale estero, procede per inferenza dichiarata. Ne emerge che le barriere non sono state rimosse ma trasformate, e che ogni nuova forma è risultata più difficile da aggirare della precedente. All'ostacolo informativo e a quello relazionale è subentrato un criterio di affidabilità politica che esclude le sussidiarie straniere per ragioni indipendenti dal loro comportamento. Le strategie di adattamento adottate dalle multinazionali non risolvono il problema, ne spostano il costo.
Asimmetrie finanziarie nel mercato cinese. Vincoli istituzionali e strategie di accesso al credito per le imprese a capitale estero. 中国市场的金融不对称:外资企业的制度约束与信贷获取策略
KOROBCHUK, YULIYA
2025/2026
Abstract
Il sistema bancario cinese è il più grande al mondo per volume di attivi, eppure nel 2024 l'accesso al credito risultava ancora l'ostacolo più segnalato dalle imprese operanti nel Paese. La ricerca, collocata fra economia politica cinese e internazionalizzazione d'impresa, indaga se le barriere finanziarie che gravano sugli investimenti diretti esteri persistano dopo trent'anni di riforme, quali ne siano le cause istituzionali e come le imprese straniere vi sopravvivano. L'ipotesi è che le banche cinesi, pur avendo adottato forme societarie e parametri prudenziali occidentali, allochino il credito secondo criteri politici, producendo una discriminazione strutturale che nessuna liberalizzazione ha finora rimosso. L'analisi è descrittiva e si fonda su letteratura accademica, dati macroeconomici e statistiche ufficiali cinesi, report di istituzioni internazionali e rilevazioni delle camere di commercio estere. Dove le fonti non isolano le imprese a capitale estero, procede per inferenza dichiarata. Ne emerge che le barriere non sono state rimosse ma trasformate, e che ogni nuova forma è risultata più difficile da aggirare della precedente. All'ostacolo informativo e a quello relazionale è subentrato un criterio di affidabilità politica che esclude le sussidiarie straniere per ragioni indipendenti dal loro comportamento. Le strategie di adattamento adottate dalle multinazionali non risolvono il problema, ne spostano il costo.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14247/30524