Il verso del Papiro Harris 500, conservato al British Museum di Londra, racconta, in uno dei testi ieratici che ci ha tramandato, che tra l’anno 22 e l’anno 42 del regno del faraone Thutmosis III (1479-1425 a.C.) la città palestinese di Joppa venne conquistata per la seconda volta dall’esercito egizio nell’ambito di una più ampia azione militare nel Levante. La presa della città ribelle avvenne grazie allo stratagemma ordito dal generale Djehuty: si racconta che i soldati egizi entrarono in città nascosti in quelle stesse ceste che, secondo i Palestinesi, dovevano contenere i tributi offerti loro dal nemico per la resa. In questa trama si può riconoscere un parallelismo con la ben più nota storia dell’inganno del cavallo di legno, che permise agli Achei di conquistare la città di Troia e raderla al suolo. Joppa prima e Troia poi condividono un destino analogo, nonostante siano espressione di due contesti culturali differenti: due città ricche e apparentemente inespugnabili che vengono conquistate non dalle armi, ma attraverso una serie di inganni e giochi di parole. Cinquecento ceste e un cavallo di legno per una città: proprio da qui nasce l’idea di una tesi che approfondisca l’aspetto dell’inganno associato alla persis, ovvero alla caduta, di una città. Il lavoro si articola in due parti: nella prima si procede all’analisi testuale dei due racconti, ponendo un’attenzione maggiore sul racconto più antico e meno conosciuto; nella seconda si procede all’interpretazione confrontando i due episodi, per metterne in luce somiglianze e differenze.

Ptr ḥꜣt bꜣkw.sn, L’inganno delle cinquecento ceste

SPOLAORE, SUSANNA
2025/2026

Abstract

Il verso del Papiro Harris 500, conservato al British Museum di Londra, racconta, in uno dei testi ieratici che ci ha tramandato, che tra l’anno 22 e l’anno 42 del regno del faraone Thutmosis III (1479-1425 a.C.) la città palestinese di Joppa venne conquistata per la seconda volta dall’esercito egizio nell’ambito di una più ampia azione militare nel Levante. La presa della città ribelle avvenne grazie allo stratagemma ordito dal generale Djehuty: si racconta che i soldati egizi entrarono in città nascosti in quelle stesse ceste che, secondo i Palestinesi, dovevano contenere i tributi offerti loro dal nemico per la resa. In questa trama si può riconoscere un parallelismo con la ben più nota storia dell’inganno del cavallo di legno, che permise agli Achei di conquistare la città di Troia e raderla al suolo. Joppa prima e Troia poi condividono un destino analogo, nonostante siano espressione di due contesti culturali differenti: due città ricche e apparentemente inespugnabili che vengono conquistate non dalle armi, ma attraverso una serie di inganni e giochi di parole. Cinquecento ceste e un cavallo di legno per una città: proprio da qui nasce l’idea di una tesi che approfondisca l’aspetto dell’inganno associato alla persis, ovvero alla caduta, di una città. Il lavoro si articola in due parti: nella prima si procede all’analisi testuale dei due racconti, ponendo un’attenzione maggiore sul racconto più antico e meno conosciuto; nella seconda si procede all’interpretazione confrontando i due episodi, per metterne in luce somiglianze e differenze.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14247/29623