L’elaborato intende indagare il cinema politico di Ōshima Nagisa, esplorando come il regista utilizzi la violenza e la sessualità per denunciare le strutture del potere e cercando un dialogo immaginario con l'enigmatica opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini. Ōshima è stato uno dei registi più radicali e provocatori del cinema giapponese del dopoguerra, e, perciò, fu vittima di forti critiche in Giappone. Egli trova in Pasolini un compagno nella rappresentazione e nel sentimento del rifiuto di qualsiasi istituzione sociale, di destra o di sinistra, e nel dissenso all'omologazione. La cerimonia (Gishiki, 1971) viene messa a contatto con una delle pellicole ritenute più crude in Italia: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini. Inizialmente viene fornito un framework teorico, in cui si approfondiscono le teorie riguardo ai concetti di ‘totalitarismo’ in Hannah Arendt e Luce Fabbri, per poi approfondirne le radici storiche in Italia e in Giappone, esaminando in seguito il concetto di biopolitica al fine di evidenziare la persistenza di logiche repressive anche nelle società liberali. Viene inoltre illustrato il pensiero di Georges Bataille e di Donatien-Alphonse-François de Sade per interpretare i concetti di erotismo, violenza e ritualità come strumenti allegorici di dominio. In seguito, vengono analizzate le biografie dei due autori, calate nei contesti storici: il periodo ultranazionalista e imperialista giapponese, l'occupazione americana e il dopoguerra nipponico, il ventennio fascista e il dopoguerra italiano fino al boom economico. Il contesto storico funge da sfondo in cui i due testi filmici interagiscono in un confronto dialettico, che avrà luogo nel terzo e ultimo capitolo.
Ōshima Nagisa e Pier Paolo Pasolini: il potere nella sua continuità e metamorfosi
ANZIL, IRENE
2025/2026
Abstract
L’elaborato intende indagare il cinema politico di Ōshima Nagisa, esplorando come il regista utilizzi la violenza e la sessualità per denunciare le strutture del potere e cercando un dialogo immaginario con l'enigmatica opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini. Ōshima è stato uno dei registi più radicali e provocatori del cinema giapponese del dopoguerra, e, perciò, fu vittima di forti critiche in Giappone. Egli trova in Pasolini un compagno nella rappresentazione e nel sentimento del rifiuto di qualsiasi istituzione sociale, di destra o di sinistra, e nel dissenso all'omologazione. La cerimonia (Gishiki, 1971) viene messa a contatto con una delle pellicole ritenute più crude in Italia: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini. Inizialmente viene fornito un framework teorico, in cui si approfondiscono le teorie riguardo ai concetti di ‘totalitarismo’ in Hannah Arendt e Luce Fabbri, per poi approfondirne le radici storiche in Italia e in Giappone, esaminando in seguito il concetto di biopolitica al fine di evidenziare la persistenza di logiche repressive anche nelle società liberali. Viene inoltre illustrato il pensiero di Georges Bataille e di Donatien-Alphonse-François de Sade per interpretare i concetti di erotismo, violenza e ritualità come strumenti allegorici di dominio. In seguito, vengono analizzate le biografie dei due autori, calate nei contesti storici: il periodo ultranazionalista e imperialista giapponese, l'occupazione americana e il dopoguerra nipponico, il ventennio fascista e il dopoguerra italiano fino al boom economico. Il contesto storico funge da sfondo in cui i due testi filmici interagiscono in un confronto dialettico, che avrà luogo nel terzo e ultimo capitolo.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14247/29564