Il paragrafo §1 di Essere e tempo titola “Necessità della ripetizione del problema del senso dell’essere”. Se tornare su quanto già espresso da una tradizione non è una cosa ovvia è perché ovvia non è l’immanenza della crisi. Heidegger afferma che “la validità di una scienza si misura dall’ampiezza in cui è capace di accogliere le proprie crisi”. Comprendere come fenomenologicamente sia indifferibile tornare-sopra alle parole della tradizione domandando circa il senso dell’essere dell’ente vuol dire chiarire la questione del fondamento e dell’Eigentlichkeit/Uneigentlichkeit: solo così possiamo comprendere il senso dell’”appropriazione autentica del passato”. Comprendere la crisi come immanente è possibile solo sulla scorta di una crisi intesa come krinein, come irruzione della necessità del discernimento: la questione non riguarda solo le scienze ma è una caratteristica ontologica essenziale in cui l’Esserci si mostra. Se la crisi irrompe di necessità, allora l’epoché fenomenologica non è un atto volontario di un soggetto ma l’irruzione della necessità di ripetere la domanda sul senso dell’essere. Questa ricerca si pone l’intento di mostrare l’irriducibilità della Wiederholung ad accadimento puntuale-storico che torna sempre uguale a se stesso impattando le azioni di un essente. Torniamo sopra all’opera magna heideggeriana per indagare in che modo la ripetizione emerge come necessaria. Se l’essere non è un concetto ovvio, altrettanto è necessario domandare circa la presunta ovvietà del concetto di ripetizione che in Essere e tempo emerge innanzitutto in senso veicolare. Il movimento della ripetizione si mostra infine come critico-destrutturante-ripetente ad ogni inizio ovvero come accadimento originario che trasforma.

Ripetizione e accadimento originario. La necessità della ripetizione nell’analitica esistenziale di 'Essere e tempo'

BIANCUCCI, FABIO
2024/2025

Abstract

Il paragrafo §1 di Essere e tempo titola “Necessità della ripetizione del problema del senso dell’essere”. Se tornare su quanto già espresso da una tradizione non è una cosa ovvia è perché ovvia non è l’immanenza della crisi. Heidegger afferma che “la validità di una scienza si misura dall’ampiezza in cui è capace di accogliere le proprie crisi”. Comprendere come fenomenologicamente sia indifferibile tornare-sopra alle parole della tradizione domandando circa il senso dell’essere dell’ente vuol dire chiarire la questione del fondamento e dell’Eigentlichkeit/Uneigentlichkeit: solo così possiamo comprendere il senso dell’”appropriazione autentica del passato”. Comprendere la crisi come immanente è possibile solo sulla scorta di una crisi intesa come krinein, come irruzione della necessità del discernimento: la questione non riguarda solo le scienze ma è una caratteristica ontologica essenziale in cui l’Esserci si mostra. Se la crisi irrompe di necessità, allora l’epoché fenomenologica non è un atto volontario di un soggetto ma l’irruzione della necessità di ripetere la domanda sul senso dell’essere. Questa ricerca si pone l’intento di mostrare l’irriducibilità della Wiederholung ad accadimento puntuale-storico che torna sempre uguale a se stesso impattando le azioni di un essente. Torniamo sopra all’opera magna heideggeriana per indagare in che modo la ripetizione emerge come necessaria. Se l’essere non è un concetto ovvio, altrettanto è necessario domandare circa la presunta ovvietà del concetto di ripetizione che in Essere e tempo emerge innanzitutto in senso veicolare. Il movimento della ripetizione si mostra infine come critico-destrutturante-ripetente ad ogni inizio ovvero come accadimento originario che trasforma.
2024
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