La tesi indaga le sfide conservative ed etiche poste dall’arte contemporanea realizzata con materiali non convenzionali – organici, industriali, effimeri, di scarto – mostrando come la materia diventi oggi linguaggio espressivo, memoria e critica sociale. A partire dalle riflessioni di Hans Belting sulla fine della storia dell’arte e dal pensiero di Bruno Latour e T. J. Demos, il lavoro delinea un quadro teorico che problematizza la nozione di autenticità, durata e sostenibilità nel contesto museale. La ricerca evidenzia come la conservazione non possa più ridursi alla tutela della materialità, ma debba configurarsi come processo dialogico, che coinvolge artisti, istituzioni e pubblico, accogliendo l’instabilità come cifra poetica e politica. I casi studio analizzati – Elias Sime e i Padiglioni coreano e giapponese della Biennale di Venezia 2024 – mostrano concretamente come la fragilità del materiale diventi valore critico, dispositivo simbolico e veicolo di memoria. Ne emerge l’urgenza di un ripensamento metodologico: il museo da custode di oggetti stabili si trasforma in spazio di responsabilità condivisa, in cui la conservazione è atto culturale ed etico, capace di restituire senso alla relazione tra arte, ambiente e società.

La conservazione dell'arte contemporanea: La 60° Biennale di Venezia

HAKA, NADIA
2024/2025

Abstract

La tesi indaga le sfide conservative ed etiche poste dall’arte contemporanea realizzata con materiali non convenzionali – organici, industriali, effimeri, di scarto – mostrando come la materia diventi oggi linguaggio espressivo, memoria e critica sociale. A partire dalle riflessioni di Hans Belting sulla fine della storia dell’arte e dal pensiero di Bruno Latour e T. J. Demos, il lavoro delinea un quadro teorico che problematizza la nozione di autenticità, durata e sostenibilità nel contesto museale. La ricerca evidenzia come la conservazione non possa più ridursi alla tutela della materialità, ma debba configurarsi come processo dialogico, che coinvolge artisti, istituzioni e pubblico, accogliendo l’instabilità come cifra poetica e politica. I casi studio analizzati – Elias Sime e i Padiglioni coreano e giapponese della Biennale di Venezia 2024 – mostrano concretamente come la fragilità del materiale diventi valore critico, dispositivo simbolico e veicolo di memoria. Ne emerge l’urgenza di un ripensamento metodologico: il museo da custode di oggetti stabili si trasforma in spazio di responsabilità condivisa, in cui la conservazione è atto culturale ed etico, capace di restituire senso alla relazione tra arte, ambiente e società.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14247/28130