La ricerca si pone l’obbiettivo di indagare l’amministrazione Clinton in materia di politica estera, più precisamente nell’ambito dei conflitti scoppiati in ex-Jugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso. Il discorso verrà affrontato prendendo in esame la governance di Clinton nell’arco delle sue due presidenze (1993-2001), ponendosi l’obiettivo di individuare il processo decisionale che portò a intervenire militarmente a Belgrado (1999), permise l’avvenimento del massacro di Srebrenica quattro anni prima, e in ultima analisi optò per l’occupazione del Kosovo una volta conclusosi il conflitto. NATO, ONU e amministrazione Clinton sono legati a doppio filo in queste vicende: nella matassa di documenti, interviste, documentari e opinioni, si cercherà di individuare una coerenza non solo tra i due mandati Clinton, ma anche con la precedente amministrazione Bush. Il livello storiografico della ricerca ripercorre due diverse scuole di pensiero: la prima è quella che individua nell’ultranazionalismo serbo la vera matrice del conflitti jugoslavi, additando i Serbi come unici veri colpevoli della conseguente dissoluzione della Repubblica Federale di Jugoslavia; l’altra invece accusa la prima di revisionismo e faziosità, individuando piuttosto la causa in un immobilismo delle Nazioni Unite e in un interventismo guerrafondaio della NATO, entrambi perseguiti in un’ottica di interessi statunitensi. Nel primo capitolo si va a delineare qual era la situazione in Jugoslavia tra la morte del maresciallo Tito nel 1980 e le prime dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia nel ’91, evidenziando quali erano le maggiori ragioni di attrito, ma soprattutto andando a comprendere come additare tutta la colpa all’ultranazionalismo filoserbo era (ed è) oltre modo semplicistico. La complessità di tutta la vicenda è estremamente peculiare e va esaminata nei suoi più diversi aspetti: sul livello della composizione etnica, culturale e religiosa della regione; ma anche su quello della crisi economica esplosa in Jugoslavia a seguito dell’ingente debito contratto con il FMI negli anni ’80, contestualmente alla crisi politica scoppiata in seno alla morte del socialismo di stampo titino. Si prosegue nel secondo capitolo approcciando il passaggio di testimone dalla presidenza Bush a quella Clinton nel gennaio 1993, attingendo da fonti primarie fornite sia dall’archivio della CIA, che del National Security Council, che dalla Clinton Digital Library, la biblioteca di Clinton che consente libero accesso alle collezioni digitalizzate del William J. Clinton Presidential Library & Museum. In questo capitolo si evidenzia un iniziale tentennamento dell’amministrazione circa un intervento di tipo militare, che diventerà sempre più urgente soprattutto a causa di una pressione internazionale dei media. Nel terzo capitolo si prosegue sul secondo mandato dell’ex presidente dem, arrivando a parlare del bombardamento su Belgrado nella primavera del ’99. Si intende concludere la ricerca con un ragionamento intorno al ruolo che hanno avuto i media nello strumentalizzare la vicenda contro una certa fazione, discorso che risulta attuale all’intero della retorica che è stata usata negli ultimi due anni per parlare del genocidio del popolo palestinese. In sostanza, si vuole dimostrare come l’intervento degli Stati Uniti – e in generale dell’Occidente – negli affari jugoslavi segnano un precedente in ambito di relazioni internazionali non indifferente, soprattutto nel nuovo orizzonte unipolare a guida statunitense che si affaccia dagli anni Novanta in poi. Come sostiene Michael Parenti: “l’intervento non fu benevolo ma interamente egoistico (…). Il motivo dietro l’intervento non fu il rinnovato spirito umanitario della NATO, ma un desiderio di porre la Jugoslavia sotto la sovranità del mercato libero globale.
Le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1945-1999)
SETTIMO, BIANCA
2024/2025
Abstract
La ricerca si pone l’obbiettivo di indagare l’amministrazione Clinton in materia di politica estera, più precisamente nell’ambito dei conflitti scoppiati in ex-Jugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso. Il discorso verrà affrontato prendendo in esame la governance di Clinton nell’arco delle sue due presidenze (1993-2001), ponendosi l’obiettivo di individuare il processo decisionale che portò a intervenire militarmente a Belgrado (1999), permise l’avvenimento del massacro di Srebrenica quattro anni prima, e in ultima analisi optò per l’occupazione del Kosovo una volta conclusosi il conflitto. NATO, ONU e amministrazione Clinton sono legati a doppio filo in queste vicende: nella matassa di documenti, interviste, documentari e opinioni, si cercherà di individuare una coerenza non solo tra i due mandati Clinton, ma anche con la precedente amministrazione Bush. Il livello storiografico della ricerca ripercorre due diverse scuole di pensiero: la prima è quella che individua nell’ultranazionalismo serbo la vera matrice del conflitti jugoslavi, additando i Serbi come unici veri colpevoli della conseguente dissoluzione della Repubblica Federale di Jugoslavia; l’altra invece accusa la prima di revisionismo e faziosità, individuando piuttosto la causa in un immobilismo delle Nazioni Unite e in un interventismo guerrafondaio della NATO, entrambi perseguiti in un’ottica di interessi statunitensi. Nel primo capitolo si va a delineare qual era la situazione in Jugoslavia tra la morte del maresciallo Tito nel 1980 e le prime dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia nel ’91, evidenziando quali erano le maggiori ragioni di attrito, ma soprattutto andando a comprendere come additare tutta la colpa all’ultranazionalismo filoserbo era (ed è) oltre modo semplicistico. La complessità di tutta la vicenda è estremamente peculiare e va esaminata nei suoi più diversi aspetti: sul livello della composizione etnica, culturale e religiosa della regione; ma anche su quello della crisi economica esplosa in Jugoslavia a seguito dell’ingente debito contratto con il FMI negli anni ’80, contestualmente alla crisi politica scoppiata in seno alla morte del socialismo di stampo titino. Si prosegue nel secondo capitolo approcciando il passaggio di testimone dalla presidenza Bush a quella Clinton nel gennaio 1993, attingendo da fonti primarie fornite sia dall’archivio della CIA, che del National Security Council, che dalla Clinton Digital Library, la biblioteca di Clinton che consente libero accesso alle collezioni digitalizzate del William J. Clinton Presidential Library & Museum. In questo capitolo si evidenzia un iniziale tentennamento dell’amministrazione circa un intervento di tipo militare, che diventerà sempre più urgente soprattutto a causa di una pressione internazionale dei media. Nel terzo capitolo si prosegue sul secondo mandato dell’ex presidente dem, arrivando a parlare del bombardamento su Belgrado nella primavera del ’99. Si intende concludere la ricerca con un ragionamento intorno al ruolo che hanno avuto i media nello strumentalizzare la vicenda contro una certa fazione, discorso che risulta attuale all’intero della retorica che è stata usata negli ultimi due anni per parlare del genocidio del popolo palestinese. In sostanza, si vuole dimostrare come l’intervento degli Stati Uniti – e in generale dell’Occidente – negli affari jugoslavi segnano un precedente in ambito di relazioni internazionali non indifferente, soprattutto nel nuovo orizzonte unipolare a guida statunitense che si affaccia dagli anni Novanta in poi. Come sostiene Michael Parenti: “l’intervento non fu benevolo ma interamente egoistico (…). Il motivo dietro l’intervento non fu il rinnovato spirito umanitario della NATO, ma un desiderio di porre la Jugoslavia sotto la sovranità del mercato libero globale.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14247/27507