Al termine del primo conflitto mondiale, le condizioni economiche in cui versava l’Italia erano estremamente critiche: povertà e disoccupazione incidevano molto sulla quotidianità della popolazione. Alcuni scelsero di emigrare in altri stati, altri cercarono di adattarsi svolgendo diverse tipologie di lavoro. In questo contesto nacque la figura del recuperante, ovvero colui che andava alla ricerca del materiale ferroso con lo scopo di venderlo. Le aree di ricerca coincidevano con i luoghi degli scontri: la maggior parte del materiale trovato era di natura bellica. Gli oggetti più remunerativi erano le bombe, esplose ma soprattutto inesplose, che quindi andavano disinnescate. Questa attività proseguì fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale per poi riprendere, al termine degli scontri. Sul finire degli anni ’50, tuttavia, il recupero di materiale bellico iniziò gradualmente ad esse meno redditizio, iniziando così progressivamente ad essere abbandonato a favore di lavori più sicuri. Rimase comunque parte del substrato culturale della popolazione, che continuò ad andare a recuperare, ponendosi però un altro scopo: collezionare il materiale trovato, attribuendo così importanza anche agli oggetti che in precedenza non venivano considerati. Il presente lavoro si pone l’obbiettivo quindi di andare a scoprire questo fenomeno, che ha caratterizzato fortemente il Nord-est italiano dalle sue origini fino ai giorni nostri. Questo elaborato, utilizzando come metodologia di ricerca la realizzazione di interviste, si prefissa lo scopo di dar voce ai protagonisti di questo mondo, offrendo per la prima volta risalto a un capitolo della nostra storia rimasto a lungo nascosto o poco considerato dalla storiografia attuale.

Recuperanti: storie di vita dalla Grande Guerra ai giorni nostri

ROSSI, STEFANO
2024/2025

Abstract

Al termine del primo conflitto mondiale, le condizioni economiche in cui versava l’Italia erano estremamente critiche: povertà e disoccupazione incidevano molto sulla quotidianità della popolazione. Alcuni scelsero di emigrare in altri stati, altri cercarono di adattarsi svolgendo diverse tipologie di lavoro. In questo contesto nacque la figura del recuperante, ovvero colui che andava alla ricerca del materiale ferroso con lo scopo di venderlo. Le aree di ricerca coincidevano con i luoghi degli scontri: la maggior parte del materiale trovato era di natura bellica. Gli oggetti più remunerativi erano le bombe, esplose ma soprattutto inesplose, che quindi andavano disinnescate. Questa attività proseguì fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale per poi riprendere, al termine degli scontri. Sul finire degli anni ’50, tuttavia, il recupero di materiale bellico iniziò gradualmente ad esse meno redditizio, iniziando così progressivamente ad essere abbandonato a favore di lavori più sicuri. Rimase comunque parte del substrato culturale della popolazione, che continuò ad andare a recuperare, ponendosi però un altro scopo: collezionare il materiale trovato, attribuendo così importanza anche agli oggetti che in precedenza non venivano considerati. Il presente lavoro si pone l’obbiettivo quindi di andare a scoprire questo fenomeno, che ha caratterizzato fortemente il Nord-est italiano dalle sue origini fino ai giorni nostri. Questo elaborato, utilizzando come metodologia di ricerca la realizzazione di interviste, si prefissa lo scopo di dar voce ai protagonisti di questo mondo, offrendo per la prima volta risalto a un capitolo della nostra storia rimasto a lungo nascosto o poco considerato dalla storiografia attuale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14247/27501