La tesi offre una rilettura dell'opera di Ugo Foscolo alla luce delle tensioni politiche e culturali del suo tempo, ricostruendo il progressivo passaggio dall'entusiasmo giacobino giovanile a una «nuova poetica», ancorata «alle questioni politiche, ideologiche e letterarie emerse in Italia dopo Marengo», che troverà definitivo compimento nei capolavori della maturità: i "Sepolcri" e le "Grazie". Al centro di questo secondo tempo dell’itinerario poetico foscoliano, sollecitato dalla delusione per il raggiro napoleonico, si collocano interrogativi di respiro “universale”, volti a scandagliare, a partire da un fecondo colloquio con la classicità, la natura profonda dell’uomo e le leggi che ne regolano il «patto sociale». L’analisi abbraccia gli anni in cui Foscolo, spogliati gli eroi plutarchiani e repubblicani del loro presunto alone di «magnificenza istorica» e introdotto un principio di critica alla nozione di stato di natura, risale, sulla scorta di Conti e di Vico, a una poesia primitiva e sapienziale, il cui scopo cardinale gli appare il formare la coscienza dei popoli. Dalla prassi dei poeti «teologi e storici» lo scrittore moderno desume la missione «sociale» e politica che compete alla poesia, immutabile nei secoli in quanto al metodo e allo spirito, ma in grado di adattarsi nella forma alla realtà contingente, per meglio affrontare l’inaridimento del presente, minacciato dalla rimontante barbarie. Abbandonata la vena «soggettiva» ed «elegiaca» dei sonetti, Foscolo, in forza di un verso e uno stile solenni, plasmati sugli antichi modelli, imbocca la traiettoria sublime della «lirica», idonea a «cantare memorabili storie, incliti fatti ed eroi, accendere gli animi al valore, gli uomini alla civiltà, le città all’indipendenza, gl’ingegni al vero e al bello», cosicché, sottratti «uomini, cose, tempi» alla «notte ove tace il passato», questo prezioso retaggio originario venga rilanciato come eredità ideale alla comunità civile, nel tentativo di rinsaldarne le fondamenta. L’elaborato intende far emergere, con particolare riguardo alla portata innovativa dei "Sepolcri", come il discorso poetico foscoliano, nella sua stratificata architettura, conservi una precisa finalità politica, sostenuta da un fitto tessuto di allusioni all’immediata attualità storica. Anche quando il retour à l’ordre del “novello Cesare” reprime qualunque voce dissenziente, Foscolo, esponente del parti du silence, confidando in un programma di rinnovamento ideologico della letteratura italiana secondo i canoni di un classicismo «mitico e veemente», esente dai toni adulatori per Bonaparte, non rinuncia a rinfocolare la virtù politica rivolgendosi alle «favole antiche» e ai riti arcaici come luoghi di perenne memoria etico-civile. L’urgente necessità di impiegare un linguaggio cifrato e un codice criptico per accennare al nuovo scenario storico incentiva la riscoperta dei classici come «chiave di penetrazione critica» dei problemi del presente, «alimento vitale» di una poesia che, «afferrando le idee cardinali» e lasciando «a’ lettori la compiacenza e la noia di desumere le intermedie», «idoleggi[a] con allegorie le cose fisiche e civili»; cela «con lo sfoggio erudito di richiami a fatti e personaggi dei tempi eroici» umori storici e risentimenti politici, configurandosi in una denuncia “velata" nei confronti del Potere bonapartista. Appurato che la materia politica informa anche il finale «veemente» del carme, non resta che cercare la sua compiuta traduzione in rimandi lessicali e «paradigmatici» esempi figurativi, che, imperniati su un sofisticato reticolo allegorico, accrescono lo spessore semantico del testo di una ricaduta enigmatica sulle sorti che attendono la penisola, superando i confini del mito.
Contro la rinascente barbarie: i "Sepolcri" e il nuovo classicismo foscoliano
RUFFINI, VALENTINA
2024/2025
Abstract
La tesi offre una rilettura dell'opera di Ugo Foscolo alla luce delle tensioni politiche e culturali del suo tempo, ricostruendo il progressivo passaggio dall'entusiasmo giacobino giovanile a una «nuova poetica», ancorata «alle questioni politiche, ideologiche e letterarie emerse in Italia dopo Marengo», che troverà definitivo compimento nei capolavori della maturità: i "Sepolcri" e le "Grazie". Al centro di questo secondo tempo dell’itinerario poetico foscoliano, sollecitato dalla delusione per il raggiro napoleonico, si collocano interrogativi di respiro “universale”, volti a scandagliare, a partire da un fecondo colloquio con la classicità, la natura profonda dell’uomo e le leggi che ne regolano il «patto sociale». L’analisi abbraccia gli anni in cui Foscolo, spogliati gli eroi plutarchiani e repubblicani del loro presunto alone di «magnificenza istorica» e introdotto un principio di critica alla nozione di stato di natura, risale, sulla scorta di Conti e di Vico, a una poesia primitiva e sapienziale, il cui scopo cardinale gli appare il formare la coscienza dei popoli. Dalla prassi dei poeti «teologi e storici» lo scrittore moderno desume la missione «sociale» e politica che compete alla poesia, immutabile nei secoli in quanto al metodo e allo spirito, ma in grado di adattarsi nella forma alla realtà contingente, per meglio affrontare l’inaridimento del presente, minacciato dalla rimontante barbarie. Abbandonata la vena «soggettiva» ed «elegiaca» dei sonetti, Foscolo, in forza di un verso e uno stile solenni, plasmati sugli antichi modelli, imbocca la traiettoria sublime della «lirica», idonea a «cantare memorabili storie, incliti fatti ed eroi, accendere gli animi al valore, gli uomini alla civiltà, le città all’indipendenza, gl’ingegni al vero e al bello», cosicché, sottratti «uomini, cose, tempi» alla «notte ove tace il passato», questo prezioso retaggio originario venga rilanciato come eredità ideale alla comunità civile, nel tentativo di rinsaldarne le fondamenta. L’elaborato intende far emergere, con particolare riguardo alla portata innovativa dei "Sepolcri", come il discorso poetico foscoliano, nella sua stratificata architettura, conservi una precisa finalità politica, sostenuta da un fitto tessuto di allusioni all’immediata attualità storica. Anche quando il retour à l’ordre del “novello Cesare” reprime qualunque voce dissenziente, Foscolo, esponente del parti du silence, confidando in un programma di rinnovamento ideologico della letteratura italiana secondo i canoni di un classicismo «mitico e veemente», esente dai toni adulatori per Bonaparte, non rinuncia a rinfocolare la virtù politica rivolgendosi alle «favole antiche» e ai riti arcaici come luoghi di perenne memoria etico-civile. L’urgente necessità di impiegare un linguaggio cifrato e un codice criptico per accennare al nuovo scenario storico incentiva la riscoperta dei classici come «chiave di penetrazione critica» dei problemi del presente, «alimento vitale» di una poesia che, «afferrando le idee cardinali» e lasciando «a’ lettori la compiacenza e la noia di desumere le intermedie», «idoleggi[a] con allegorie le cose fisiche e civili»; cela «con lo sfoggio erudito di richiami a fatti e personaggi dei tempi eroici» umori storici e risentimenti politici, configurandosi in una denuncia “velata" nei confronti del Potere bonapartista. Appurato che la materia politica informa anche il finale «veemente» del carme, non resta che cercare la sua compiuta traduzione in rimandi lessicali e «paradigmatici» esempi figurativi, che, imperniati su un sofisticato reticolo allegorico, accrescono lo spessore semantico del testo di una ricaduta enigmatica sulle sorti che attendono la penisola, superando i confini del mito.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14247/27427