La domanda sulla morte è stata, sin dagli albori della filosofia, una delle domande principali e più fondamentali nella storia della disciplina. In questo elaborato, metteremo a confronto e a dialogo critico le posizioni sul tema di due autori fondamentali del ‘900 italiano e francese: Emanuele Severino, principale pensatore del neo-parmenidismo italiano, e Vladimir Jankélévitch, filosofo e musicologo francese di ispirazione bergsoniana. Le posizioni sulla morte dei due autori emergono infatti nella loro radicale distanza: dove Jankélévitch pone la morte come nichilizzazione, come annientamento del nostro essere, Severino ha inteso invece nella sua opera liberarci da quella che per lui è la concezione nichilistica della morte, che egli nega come andare nel nulla: anche dopo la morte, noi rimaniamo saldamente e necessariamente all’interno dell’essere, continuiamo ad essere. Il confronto tra questi due autori sul tema si sposterà dunque sulle loro concezioni ontologiche, dell’essere degli enti, per mostrare come la domanda sulla morte sia una domanda sull’essere: chiedersi “c’è qualcosa dopo la morte?”, “in che cosa consiste la nostra morte?” significa pertanto porsi la domanda, nella fattispecie con Severino e Jankélévitch, sul nostro essere.
Letture ontologiche della morte: Emanuele Severino e Vladimir Jankélévitch
ARTUSI, GIOVANNI
2024/2025
Abstract
La domanda sulla morte è stata, sin dagli albori della filosofia, una delle domande principali e più fondamentali nella storia della disciplina. In questo elaborato, metteremo a confronto e a dialogo critico le posizioni sul tema di due autori fondamentali del ‘900 italiano e francese: Emanuele Severino, principale pensatore del neo-parmenidismo italiano, e Vladimir Jankélévitch, filosofo e musicologo francese di ispirazione bergsoniana. Le posizioni sulla morte dei due autori emergono infatti nella loro radicale distanza: dove Jankélévitch pone la morte come nichilizzazione, come annientamento del nostro essere, Severino ha inteso invece nella sua opera liberarci da quella che per lui è la concezione nichilistica della morte, che egli nega come andare nel nulla: anche dopo la morte, noi rimaniamo saldamente e necessariamente all’interno dell’essere, continuiamo ad essere. Il confronto tra questi due autori sul tema si sposterà dunque sulle loro concezioni ontologiche, dell’essere degli enti, per mostrare come la domanda sulla morte sia una domanda sull’essere: chiedersi “c’è qualcosa dopo la morte?”, “in che cosa consiste la nostra morte?” significa pertanto porsi la domanda, nella fattispecie con Severino e Jankélévitch, sul nostro essere.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14247/27374